9 consigli per gestire la presenza delle organizzioni no profit sui social media

Post originariamente pubblicato su Ninjamarketing.it

Come le associazioni no profit possono fare social media marketing. Uno strumento che se usato in maniera corretta può diventare potente ed efficace.

“Bisogna essere presenti sui social media, possono aiutarvi a raggiungere follower, pubblico, sostenitori e potenziali clienti”.

Quante volte avete letto consigli come questo? Ma cosa succede se il motivo per cui siete sui social non è strettamente legato a ottenere del profitto? Se la vostra volontà di condivisione è legata solo ad una buona causa o alla raccolta di fondi, il processo funziona lo stesso? Insomma, quello che ci chiediamo oggi è: le organizzazioni no profit possono trovare vantaggi dall’essere presenti sui social?

Abbiamo dato un’occhiata in giro per il web, ed ecco un riassunto di quello che abbiamo trovato…

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Immagine: The Nothing Corporation

Il potere dei ‘Mi piace’

Ci sono testate online che basano la retribuzione dei loro collaboratori sui ‘Like’ che le notizie ricevono su Facebook. Perché?
Così parte la corsa a postare e ri-postare su Funa notizia, in modo che i ‘mi piace’ aumentino di ora in ora. Quale è il valore aggiunto che il media in questione guadagna con i like? Popolarità? Massima diffusione dei suoi contenuti, certamente. E poi? Quanti di quelli che apprezzano il link alla notizia, passano, poi, al sito web della testata?


Tutto è lecito… però un conto è condividere una notizia su FB perchè la si ritiene interessante, perché la si vuole diffondere fra le persone conosciute, o per semplice narcisismo. Un altro è fare il commercio delle notizie. Che la professione giornalistica sia in un marasma, è chiaro, ma un redattore, deve anche occuparsi della diffusione delle notizie? Deve, dopo aver fatto il suo mestiere –  scoprire la notizia, verificarla e scriverla – impegnarsi per avere un guadagno in più (e che guadagno!) e fare promozione della notizia? E’ un nuovo compito affidato al giornalista?
Sarebbe divertente capire, come i like sono conteggiati e monetizzati.  In base al numero di visitatori della pagina web del media, si stabilisce un numero di like idoneo? Oppure ci si basa sul numero di fan della pagina FB? E come va trattata la notizia che viene condivisa rispetto a quella che riceve semplici like? Le testate tradizionali come accolgono i like alle loro notizie? Chiedono ai loro redattori di fare promozione? Il giornalista che riceve tanti like si compiace maggiormente di un altro?
E’ chiaro che nella grande piscina del cambiamento, nel quale il giornalismo sta tentando di stare a galla, va inclusa una nuova variabile, quella del potere del tasto ‘Mi piace’. 

Lo stato dei social media secondo Solis

Social Media. Quanto se ne parla…sembrano avere lo scettro in mano del business. Dietro a queste due parole (ovviamente in inglese) che si nasconde? Cosa  comprendono?

Brian Solis in un suo articolo ci aiuta nella comprensione, raccontando che sta succedendo nel rapporto fra business e social media in USA.

Nella definizione di social media vanno inseriti i network di contatti, le reti sociali (Facebook, Google+, Flickr) i forum e le community e i portali in cui si discute di specifici argomenti o prodotti e un altro tipo di rete sociale come il microblogging di Twitter.

Sono definiti social per la loro funzione principale di condivisione e media perché sono il ‘luogo’  all’interno de quali vengono condivise, distribuite idee, notizie, appuntamenti, eventi, immagini e video.


L’attuale stato dei social media non è cosa insignificante. Sono pervasivi e stanno trasformando il modo in cui le persone trovano e condividono informazioni e come essi collaborano e si connettono con gli altri. Sono parte della cultura. Modificano i comportamenti

Esistono dati o infografica riguardanti l’Italia come quelli che si trovano nel post di Solis?

Lascio a voi pensare quanto sia importante per un’azienda essere presente, con forza, nei social media.